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Pensiero Catena

Pensiero catena è uno dei modi di 'pensare' del nostro cervello. Dispersivo certamente, ma fonte di illuminazioni e significati reconditi. Mettere assieme cose che apparentemente (o normalmente) non hanno relazione. Scrivere è il modo per obbligare il pensiero ad assumere un percorso lineare, condensare l'universo di concetti che sono parallelamente presenti in noi.
  • Il mondo che conosciamo, un' isola assediata dal dolore?
    Immagine da http://www.atlanteguerre.it/
    E' quello che mi domando quando leggo articoli come "Il dolore vale di più a Parigi".
    Non mi piace 'misurare' il dolore e non credo che chi è abituato soffra di meno.
    Diciamo che nell'Europa dell'immaginario comune (ad esempio l'Unione Europea al 1986 ) è cosa anomala che accadano fatti del genere, mentre in altri luoghi, anche non lontani, purtroppo sono stati e sono triste quotidianità.

    Conosco bene il dolore e la violenza che attraversano alcune aree del mondo. Ci stiamo sempre più concentrando su noi, come se barricare porte e finestre portasse sicurezza.

    Molti anni fa, mi balzò chiaro agli occhi che in un scontro diretto, i disperati armati di machete sono molto più pericolosi di soldati armati. Perché i soldati, noi, hanno case a cui tornare, figli da difendere, mentre per molti disperati case e famiglie bruciano alle loro spalle.

    Un altro passo avanti  nel comprendere alcune cose è stato il racconto di saccheggi commessi da persone che da alcuni venivano indicati come 'partigiani', ma che in realtà erano persone armate in abiti civili: in pratica gruppi di sbandati o peggio di veri banditi, che si aggiravano in aree dove il controllo dello stato era sempre stato debole, figuriamoci nell'interregno dopo l'armistizio. Mi sono domandato cosa sarebbe accaduto se questo periodo di sospensione dell'autorità fosse durato più di del passaggio del fronte.

    La triste strategia dei bombardamenti sui civili per 'piegare' il morale delle truppe nemiche ha dimostrato di essere il propellente per vendetta e violenza.

    Ci sono questioni che debbono essere risolte perché si possa parlare di pace. Se un decimo delle risorse che dedichiamo a difesa, armi e guerra venissero dedicate allo sviluppo, i disperati potrebbero trovare una speranza, e un'alternativa al fucile.

    Il conflitto Israelo-Palestinese, da troppo tempo dimostra a chi è disperato che non c'è speranza, che non si vuole trovare una soluzione a certi problemi. Il punto non è chi ha tirato più bombe e chi ha fatto più morti, ma la necessità di restituire speranza a chi vorrebbe vivere in pace.

    Quando mi si dice: ma lo sviluppo porterebbe tante vittime, sopratutto tra i cooperanti indifesi, penso che la guerra farebbe molte più vittime e che molti di noi sarebbero ben disposti a lavorare in situazioni rischiose, se valesse la pena e vi fosse realmente l'intenzione di creare focolai di pace.

    Ma soffiano venti di guerra, e di fronte alle armi mi sento impotente, perché anche se imbracciassi un fucile, dall'altra parte della valle ci sarà sempre qualcos'altro o altra, con un fucile e molto meno da perdere.


  • Ciclisti FERMI occupando la sede stradale: perché?


    Premetto che questo post non ha nessuna intenzione polemica ed è generato da una incera voglia di comprendere le ragioni delle parti.
    Sono un ciclista ‘funzionale’ uso la bicicletta per scelta, cerco di utilizzare la bicicletta per gli spostamenti quotidiani: perché risparmio tempo, faccio movimento, risparmio CO2 e soprattutto mi piace.VI chiedo di leggere tutto prima di commentare.

    Da tempo ho capito perché i ciclisti stanno nel mezzo alla strada o vanno a coppia quando pedalano.
    Purtroppo automobilisti, furgonisti e camionisti molte volte non ci rispettano e mettono in pericolo la nostra incolumità.
    Non mi sento di adottare questa strategia, e continuerò a stare il più possibile a destra, ma capisco che sia una strategia difensiva efficace, e sopratutto con una bici da corsa e le buche non è cosa facile stare 'da parte'.

    Cosa invece non riesco a capire è perché quando un gruppi di ciclisti si ferma, in vari casi occupano la sede stradale chiacchierando. I luoghi che ho a mente sono in aree dove a pochi metri ci sono spazi dove sostare fuori dalla carreggiata, senza rischiare e soprattutto senza far rischiare agli altri.

    Oggi in un luogo ho incontrato un gruppi di ciclisti sportivi fermi. Alcuni erano da parte altri invadevano di quasi un metro la sede stradale.  Premetto che il punto in questione offre ampi spazi di sosta sia a destra che a sinistra, ma è una strada molto trafficata. Per cui stare fuori dalla sede


    Mi sono fermato e ho chiesto, dopo essermi presentato come ciclista, “Perché voi ciclisti sportivi quando siete fermi spesso state in mezzo alla strada?”  Probabilmente è passato non percepito il “QUANDO SIENTE FERMI” e nonostante i miei tentativi di spiegarmi sono stato aggredito verbalmente, offeso e addirittura uno ha detto che da ora in poi avrebbe portato la pistola dato che può farlo (sarà un tutore delle forze dell’ordine o un addetto alla sicurezza?).
    A prescindere da quello che mi auguro sia stato un malinteso, la cosa semplice, sarebbe stata quella di rispondere alla domanda disinnescando ogni polemica, dato che ero li fermo di fronte a loro e se avessi voluto provocare, da solo di fronte a 5 o sei individui sarei stato veramente stupido.

    La domanda resta irrisolta: perché anche quando sono fermi in gruppo i ciclisti sportivi molte volte occupano la sede stradale o si muovono disordinatamente nonostante sia possibile stare da parte?  

    É l’abitudine ad occupare lo spazio? É una strategia difensiva anche quella? Generalmente le motivazioni sono molte, mi piacerebbe conoscerle, perché come diceva un anziano: se avessi tutte le risposte sarei indovino.

    Chiedo a chi volesse commentare, di evitare frasi offensive, volgari o inutilmente polemiche. Il punto non è quanto accaduto, credo generato dalla perduta abitudine alle domande sincere, ma avviare una riflessione.
    Potete commentare qui, su facebook ( https://www.facebook.com/fabio.malfatti ) o su google+ (https://plus.google.com/+FabioMalfatti)


  • Pagelle elettroniche: perchè non utilizzare software libero?
    Logo Open Source Iniciative

    Ma io mi domando e dico.
     Oggi una maestra mi chiede: "Ma io ce l'ho Microsoft Office sul computer?"
    La risposta naturale dovrebbe essere:  "Se l'hai comprato certo, ma allora lo sapresti".
    Ma dato che siamo qui e non altrove domando:"A cosa ti serve?"
    "No perché dobbiamo fare la pagella elettronica, e si può fare solo se c'è Excel di Office, il tecnico ha detto che non si può fare con OpenOffice"
    "Bè allora chiedete a chi di dovere di fornirvi una licenza Office no?"
    "Ma il tecnico ha detto che lo possiamo scaricare"
    Vorrei rispondere: "DOVE!? dal sito del MIUR?".
    E mi attacca a pulsare la vena.

    Ok siamo sul surreale: la scuola ha un computer a disposizione degli insegnanti, ma praticamente inutilizzabile durante l'orario di lavoro, dato che non possono lasciare le classi. Quindi che faranno? La coda nelle ore libere per riempire le pagelle?
    Premetto che non ho niente contro Microsoft Office, sono PER SCELTA! un felice pagatore della Microsoft: mi piace Office365, ma ho utilizzato per molti anni Open Office e in generale prediligo software libero con piena soddisfazione.

    Sono arrabbiato con le persone che pensano di 'digitalizzare e la modernizzazione di una nazione' nella più completa ignoranza di cosa significhi, con tecnologie e metodi che sarebbero stati all'avanguardia 20 anni fa!
    Si, in questo modo è stato fatto il diagnostico delle infrastrutture nell'area di Camiri, in Bolivia nel 1994! Anzi direi meglio, dato che era stato utilizzato Foxpro e che il programma di inserimento dati era un eseguibile compilato completamente autonomo.
    Perché non è stato fatto un sistema che fosse compatibile con Open Office? Oppure Java, oppure... ci sono mille modi per fare una maschera di inserimento dati con output in chiaro, criptati e come volete voi.
    Certo ci saranno delle ragioni per utilizzate Excel della Microsof, allora mettete in condizione le persone di fare le cose fornendo licenze. Sono cose banali, che chiunque abbiamo fatto un progetto in vita sua, anche semplicemente quello di andare in vacanza, sa: se devo andare da qualche parte occorre considerare i costi dei biglietti del treno o della benzina o i costi di vitto, alloggio e consumo delle scarpe se decidiamo di andare a piedi!

    Non è possibile che debbano sempre essere i lavoratori a pagare le stupidaggini dei decisionisti IGNORANTI o MENEFREGHISTI (sceglietene una!)

    NOTA: preciso che di pagelle elettroniche non ne so niente e che non ho fatto approfondimenti. Se c'è qualcuno interessato a finanziare un articolo approfondito sono disponibile!

  • Cooperazione: i reali beneficiari degli interventi tra teoria e prassi
    L'articolo "Le mille incognite del Microcredito" di Alberto Sciortino propone una riflessione interessante e approfondita sui lati meno pubblicizzati del microcredito, vi consiglio di leggerlo.

    Mi ha ricordato la mia prima crisi con i sistemi delle ONG: anni fa lavoravo in Bolivia con un progetto di formazione diretto ai giovani e alle giovani di quartieri marginali fuoriusciti dal sistema di educazione. Il primo anno fu fatto uno stupendo lavoro di selezione attraverso visite alle famiglie, interviste approfondite e analisi dei singoli casi anche con l’affiancamento di alcuni ragazzi che avevano collaborato in precedenza con l’organizzazione e provenivano da quartieri marginali. Risultato: gli allievi erano realmente persone che non avrebbero avuto altra possibilità di acquisire qualificazione, che provenivano realmente dalle famiglie più povere. Il programma pagava il viaggio con mezzi pubblici per raggiungere la sede e forniva almeno una colazione o una merenda cosa che per molti era un lusso.

    Si presentava però un piccolo problema: la maggior parte dei partecipanti praticamente non era 'scolarizzato' ossia non aveva acquisito  quelle abitudini necessarie a un sistema educativo frontale inteso in senso 'moderno': stare fermi i classe e non fare rumore, frequentare con regolarità, studiare/fare i compiti,  esere puliti, arrivare in orario, uscire all'orario stabilito, riuscire a comprendere un certo linguaggio ecc.
    Tra i partecipanti c'erano ragazzi di strada, prostitute minorenni, giovani adolescenti madri ecc. Ossia quelle tipologie che idealmente sono l'obiettivo dei progetti, per le quali realmente potrebbe essere una vera opportunità di cambio.

    Fù un periodo sempre all'insegna dell'emergenza, dai problemi sanitari a quelli 'disciplinari' un viavai costante. Per me quel caos colorato e variopinto fu la prima esperienza di 'partecipazione' che mobilità energie inaspettate in molte persone. Lo ricordo come un periodo estremamente formativo e di esperienze intense.  Non ricordo perchè, ma un pomeriggio mi trovai a realizzare un incontro sulla contraccezione in una classe di giovani donne. Avevo 27 anni e poca esperienza. Le ragazze, coalizzate contro lo straniero, riuscirono a distruggere buona parte della mia presunzione, e solo con molta autoironia riuscii a portare a termine con molta fatica, l'incontro sommerso dalle allusioni e continue pesanti prese in giro.
    Gli insegnanti fecero molta fatica a completare l'anno con risultati non del tutto brillanti, dato che vari partecipanti abbandonarono i corsi e l’apprendimento era considerato ‘mediocre’, soprattutto da alcuni insegnanti molto 'professionisti'.

    L’anno dopo fu introdotto un test di ingresso, sul tipo del QI, e la selezione fatta più su 'parametri' e meno su visite alle famiglie. Risultato della selezione: l’anno di formazione andò benissimo, classi disciplinate e profumate, non ci furono furti, frequenza elevata, risultati finali ottimi. Un successo dal punto di vista del processo di formazione. La provenienza degli allievi era sempre da quartieri disagiati e da famiglie non abbienti, ma la maggior parte dei partecipanti ammessi stavano frequentando scuole superiori e in alcuni  casi addirittura erano iscritti all'università e sospesero la loro iscrizione per frequentare i corsi.

  • Il sapere incatenato: pubblicazioni scientifiche aperte
    Forse pochi sanno che la maggior parte delle ricerche nel mondo vengono finanziate con soldi pubblici, ma che i risultati sono pubblicati su riveste e libri molto cari,. In pratica noi paghiamo la produzione e alcuni privati vendono i prodotti.
    Certo direte, il giusto compenso per la stampa, occuparsi della circolazione, far ein modo che le pubblicazioni siano disponibili nelle librerie ecc.
    Invece no. Non è così. In molti casi i saperi che non 'vendono abbastanza' vengono distrutti, mandati al macero, ma i diritti non vengono raramente rilasciati. Assistiamo al paradossi di libri che sono esauriti da anni, ma che legalmente non possiamo nemmeno fotocopiare. Il sistema è molto più complesso e non lo affronterò in questo momento.  Il punto è che con i documenti elettronici l'archiviazione e la circolazione delle idee non è più un problema, i costi sono minimi, tanto che ognuno di noi potrebbe creare in pochi clic un archivio consultabile da ogni parte del mondo. Allora perchè limitare l'accesso ai saperi? Sapete che se una persona normale volesse accedere a un articolo su una delle banche dati dovrebbe pagare 25 € ogni articolo? E che le Università pagano decine di migliaia di euro a quste banche dati per consentire ai propri ricercatori di accedere agli articoli che i loro colelghi hanno scritto (e psesso loro stessi :-)?
    Non è nemmeno un problema di 'difendere l'investimento nazionale', dato che chi paga può tranquillamente accedere, mentre ricercatori con pochi fondi o di paesi/università meno ricche debbono rimanere tagliati fuori. E difendere cosa? dato che alla fine non è lo stato e/o le università che guadagnano, ma multinazionali al di sopra di tutti.
     Consiglio di leggere:
    http://blog.debiase.com/2012/06/philip-campbell-nature-le-pubblicazioni-scientifiche-si-aprono/

    Per maggiori approfondimenti: http://www.economist.com/node/21552574

  • “Chi ha ucciso Lumi Videla” uno sguardo speciale sul Cile della Dittatura di Pinochet
    Chi ha ucciso Lumi Videla?
    Il golpe di Pinochet,
     la diplomazia italiana
     e i retroscena di un delitto
    Emilio Barbarani
    Prefazione di Giorgio Galli
    Pagine: 312

    Il libro di Emilio Barbarani “Chi ha ucciso Lumi Videla” é la storia di un lungo periodo di tensioni e attività all’interno dell’Ambasciata Italiana a Santiago del Cile. La storia inizia nel dicembre 1974, poco più di un anno dal colpo di stato dell'11 settembre 1973, con il quale i militari, con l'appoggio della CIA rovesciano il governo di Salvador Allende, regolarmente eletto con elezioni democratiche nel 1970, e instaurano la dittatura militare di Augusto Pinochet.

    E’ un periodo di brutale repressione in vari paesi Sud America, volta a stroncare una coscienza popolare che si stava allora risvegliando, rivendicando il diritto ad una vita decente ed alla partecipazione. Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Peru sono i paesi più noti dove con l'Operazione Condor è stato attuato un vero e proprio genocidio con oltre 70.000 vittime tra uccisi e dispersi. Sistema era volto all'eliminazione fisica di tutti gli oppositori prevalentemente individuati nei simpatizzanti di sinistra e del partito comunista, ma che ha coinvolto intellettuali e persone sospettate di essere simpatizzanti di idee troppo democratiche e progressiste. Il Cile è anche stato il laboratorio della sperimentazione del modello neoliberalista della Scuola di Chicago in una delle forme più estreme, applicato appunto dai Chicago boys, una generazione di intellettuali formatesi a Chicago.

    Barbarani porta lo sguardo lucido ed appassionato e illumina la quotidianità del personale diplomatico di quegli anni, sui rapporti tra le istituzioni e racconta quelle storie sconosciute ai più, di azioni e iniziative prese a rischio della propria incolumità. Lo sguardo di un protagonista del periodo in cui la Calle Miguel Claro 1359, (sede dell'Ambasciata Italiana) per molti era l'unico simbolo della speranza, l'ultimo luogo che ancora accoglieva rifugiati, perpetuando una tradizione che fa onore al nostro paese.

    Il testo, in uno stile fresco e avvincente, alterna lo sguardo di funzionario all’inizio della carriera diplomatica che si trova di fronte numerose scelte morali gravide di possibili conseguenze e quello di un giovane attratto dalle bellezze locali e dalle affascinanti luci della città più Europea del sud America.

    Questo libro per me è stato importante, mi ha consentito di accedere ad un altro tassello di quell’immenso puzzle che è il passato del Cile, necessario per comprendere il presente. Dal 2007 al 2011 mi sono recato spesso in Cile per un progetto di supporto ai diritti Indigeni Mapuche ed allo sviluppo sostenibile ma sopratutto finalizzato a cercare di incanalare, con successi alterni, le tensioni legate alle rivendicazioni dei diritti ancestrali in alcune aree, su un percorso di negoziazione e non di conflitto aperto. Conosco Santiago, anche se non così bene come vorrei, e un poco la storia del paese. Sono entrato negli uffici dell’ambasciata Italiana per i colloqui di rito. Leggere il libro di Barbarani mi ha riportato in luoghi familiari, rafforzato la sensazione di eventi stratificati, di compresenza della storia. Mi ha consentito di accedere a motivazioni, ragioni e complessità che spesso non sono nascoste a chi non è dell'ambiente.

    Ma esiste anche un'altra dimensione che rende questo libro di una attualità sconvolgente. L’Italia e l’Europa si trovano di fronte ad una vera ondata di richieste di asilo politico, provenienti questa volta da un continente molto più vicino. Oggi le persone invece di rifugiarsi in ambasciata, arrivano direttamente sul nostro territorio, fuggendo da paesi dove imperano regimi totalitari e violenti o dove i conflitti tra le parti ricadono duramente sui civili.

    Le scelte che Barbarani e il console si sono trovati a dover fare quotidianamente, i loro dilemmi, le loro decisioni, rappresentano le scelte che la politica oggi si trova ad affrontare, i dubbi, le incertezze e le argomentazioni sono quelli che dovrebbero far riflettere noi tutti.

    Sto lavorando ad una ricerca sull’accoglienza dei Rifugiati dell' Emergenza Nord Africa in Toscana, per intenderci quelli arrivati dalla Libia, classificati ‘lo Tsunami’ dei rifugiati. Questo lavoro mi sta obbligando a confrontarmi con storie di ordinaria follia, rendermi conto di quanto sia importante e urgente mettere a punto un sistema di accoglienza e di gestione dei rifugiati serio ed efficiente, di uscire dall’emergenza creata artificialmente e di tenere in conto delle esigenze di queste persone che spesso sono vittime di forze più grandi di loro.

    Consiglio la lettura caldamente a tutti, anche e sopratutto a chi non ha simpatie per i movimenti di sinistra, dato che le scelte dei protagonisti non sono dettate da una ideologia, ma da una profonda e solida umanità. Umanità che dovrebbe essere SEMPRE alla base delle scelte per non correre il rischio di essere responsabili della morte di centinaia o migliaia di persone. Veri e propri genocidi, commessi in funzione di ideologie, di religioni, del guadagno o peggio ancora dell’indifferenza, che per qualcuno ha marcato la differenza.

    Quello che ci troviamo di fronte in molte situazioni del continente Africano è un 'Cile' all’ennesima potenza, dove a commettere atrocità non è solo la DINA, ma chiunque abbia un arma. Per molti la speranza è ancora la “calle Miguel Claro 1359” ma il muro da saltare è largo decine di miglia marine e il rischio di “beccarsi una palla in testa” forse non è il peggiore che corrono.

    Un pensiero speciale per le donne le quali, oltre ai rischi che corrono i loro compagni di sventura maschi, si devono difendere dalle attenzioni sessuali dei nemici, degli amici e di molti degli uomini con i quali vengono in contatto prima, durante e dopo l’arrivo sul territorio Italiano.


  • Una causa contro Monsanto
     AGRICOLTURA
    Una causa contro Monsanto
    Paola Desai, il Manifesto  2011.11.12
    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20111112/manip2pg/14/manip2pz/313238/ 

    Questo articolo è come una ventata di aria fresca. Auguro al contadino di riuscire nella sua lotta.  Il punto non è essere pro o contro il transgenico, ma che i diritti siano equilibrati. Perchè la Monsanto può intentare cause ai coltivatori e poi sta agli imputati l'onere di provare che la contaminazione è stata "non intenzionale"? Mentre gli utilizzatori di semi  Monsanto possono contaminare i prodotti biologici del vicino distruggendogli il raccolto (ricordiamo che i prodotti biologici sono sottoposti a protocolli abbastanza ristretti) senza nessuna conseguenza?
    Chi fa coltivazione biologica investe sul futuro a basso impatto energetico, e lo dichiara, mi sembra giusto che chi utilizza sementi transgeniche vada avanti con la sua scelta, dichiari cosa fa e competa sul mercato con i propri prodotti e con le conseguenze delle proprie azioni.
    Ancora non è definitivamente provato che le sementi transgeniche non siano pericolose, cosa che non credo sarà possibile. Ma una cosa certa c'è: l'energia necessaria alle coltivazioni transgeniche è enorme: laboratori di genetica, concimi chimici, trasporto sementi, immagazzinamento ecc.
    Le coltivazioni biologiche esistono da sempre, e oggi devono lottare per sopravvivere... mi sembra assurdo.





  • Internet sulla Tv: l'uovo di colombo.
    Da tempo volevo collegare un computer alla televisione. L'idea era di poter mostrare le foto senza complicati trasferimenti, mostrare i video, ascoltare musica, ma sopratutto vedere il telegiornale che preferisco quando voglio, utilizzando i podcast.
    Un po per pigrizia (dopo 25 anni di assemblaggi di vari computer lo scatolone di residuati è ben fornito) un po per mancanza di tempo l'idea è sempre rimasta nel cassetto.
    Poi un evento esterno porta nella casa un mini PC, e finalmente tutti vengono messi d'accordo: tempo, estetica e televisore: ora abbiamo internet sulla televisione e si è aperto un nuovo universo.
    Con un semplice tasto è possibile passare dai palinsesti alla navigazione, a volte ho la sensazione di avere il potere di oscurare le bruttezze della televisione. In contenuti di internet sono passati dallo schermo del 'personal' computer allo spazio tradizionalmente collettivo della televisione, dove possiamo possiamo sederci e condividere i contenuti non solo attraverso i soci network. Nascono discussioni, confronti, riflessioni. Il potere di scegliere se guardare un bel filmato su Vimeo, seguire alcune notizie su Youtube o sui giornali, parlare del blog di un amico.
    Il tempo che veniva occupato dalla televisione unidirezionale viene progressivamente eroso da uno spazio interattivo.
    So che non è niente di nuovo, tanti hanno teorizzato su questo e io stesso ne parlo dai primordi del web. Ma tra il dire e il fare …. c'è il piacere di premere un tasto e far esondare nello spazio ipno-sedativo della TV classica l'adrenalina del web.

  • Caffè, fliera corta, energia, risparmio, memoria e le 'ragioni' dell'acquisto.
    Il caffè! Passo davanti a una torrefazione da anni, eppure non mi sono mai fermato a comprare il caffè nel negozio.  Il caffè è oggi un bene da supermercato, forse perchè esotico o forse chissà perchè.
    In verità la mia infanzia non è costellata da supermercati.  Si, certo, sono nato prima di internet e dei telefoni cellulari, oramai è passato quasi mezzo secolo, e per il ventenne che ero oggi sono un 'vecchio', o matusa o come si dice oggi, dato che i termini devono sempre cambiare per poter dire la stessa cosa.
    E non pesate che sto 'criticando' il cambio dei termini.  Quando gli adolescenti smetteranno di usare termini incomprensibili o comunque nuovi sarà il momento di iniziare a preoccuparci: se gli adolescenti sono uguali agli adulti i casi sono due: o gli adulti non hanno mai superato l'adolescenza, o il mondo si è fermato e fatemi scendere....
    Ma ritorniamo al caffè. Mentre pensavo alla mia infanzia e poi adolescenza, mi sono venute in mente altre due torrefazioni davanti alle quali passavo con regolarità. E' il profumo che segnalava il punto sulla mappa, il clic della georeferenziazione. Una prima del ponte di Monte S.Quirico, e l'altra alla fine di Borgo Giannotti, dove c'erano le poste, Bei & Nannini. Tra l'altro uno dei primi lavori da contabile di mio padre era stato proprio li alla Bei 6 nannini. Quella di borgo Giannotti non c'è più sicuramente ( o forse si? interessante, basterebbe un clic ma sto lavorando sulla memoria, per cui resta in sospeso), e forse quella prima del ponte si è spostata ed è quella in cui sono andato oggi.
    Bello... l'antropologia di casa mia, la memoria e la storia orale che sto cercando di salvare in varie parti del mondo in questo momento è anche la mia.  Storia orale esiste solo in quanto raccontata, bene effimero e inesistente prima dell'evento, A cosa serve? Mi sono posto la domanda molte volte.  A me piace ricordare. E a noi che ce ne frega? direte voi che leggete. A molti niente, quindi passate ad altra pagina!

    Ritorniamo al caffè. Oggi ho deciso di fermarmi.  In verità lo avevo fatto anche qualche anno fa, ma poi non ho ripetuto. Il caffè alla torrefazione cosata 12 - 14 euro al Kg, mentre il Kimbo che usiamo molto meno (credo attorno ai 7 - 7,50, offerte ecluse) per cui, visto che siamo entrambi impegnati nel settore culturale e poveri, non possiamo permettercelo. Ma è questa la ragione per cui avevo lasciato perdere.
    Ma quali sono le motivazioni dell'acquisto? Compriamo il caffè Kimbo perchè è il più buono e perchè costa poco oppure ci sono altre motivazioni?
    Kombo è il caffè dell'infanzia di mia moglie. Lei è di Napoli, e quindi è una parte di lei acquistare un rpodotto che viene dalal sua città.  Il gusto si forma dall'infanzia, quindi l'abitudine e l'apprendimento hanno un importanza forte, ma anche il legame con la propria terra lontana. 
    Allora non è il prezzo, ma molto altro.
    Per me che significa comprare il caffè Giurlani macinato davanti a me nel negozio a poca distanza da casa mia è filiera corta, è essere collegato con il territorio. E' energia, unità di misura che può veramente fare la differenza. Quanta energia ci vuole perchè la confezione del caffè Kimbo arrivi a casa mia e quanta per il caffè Giurlani?.  La differenza in questo caso credo che sia minima, il caffè viene in ogni caso da molto lontano.
    Poi ci sono icosti: la differenza è di 4,50 € al kg, per la miscela da prezzo medio. 

    tiriamo le fila:
    Che le emozioni nelle nostre scelte 'razionali' siano il fattore fondamentale è indubbio. Quindi partiamo da queste.
    Dato che siamo emozione e ragione, abbiamo due emisferi per questo (crf. , con Jill Bolte Taylor's stroke of insight, sottotitoli in Italiano), al di la di riflessioni su nirvana o modi migliori, dobbiamo dare spazio ad entrambi gli emisferi. Il denaro è una unità di misura, non qualcosa che ha un valore in se. E come unità di misura si basa su 'valori' colettivi, ma non certo oggettivi. 5 € non sono la stessa cosa per tutti, come un qualunque testo non ha lo stess osignificato per ogni persona. Ci sono almeno 3 elementi che contribuiscono al significato: testo (i 5 €) contesto (ciò che è condiviso collettivamente, che ha un significato condiviso) e circostanza: il nostro portato personale, emotivo e materiale, la nostra individualità. Il 'valore' dei 5 € cambiano, se abbiamo appena riscosso, se guadagnamo 2.000 euro al mese o 500, se in quel momento abbiamo molta voglia di quello che scambiamo con i 5 euro. 
    L'energia incorporata in un oggetto, bene o servizio è invece una unità che possiamo determianare con una certa precisione, anche se non è detto che possa essere fatto con facilità. Per energia incorporata intendo tutta l'energia necessaria per produrre o generare, trasportare e acquisire quell'oggetto.  include l'energia necessaria per costruire i macchinari necessari, la conservazione ecc. ecc. 
    Possiamo avere pochissima energia incorporata per la produzione (fagioli coltivati nel campo dietro casa utilizzando la compost, vanga e pala) ma poi caricare 100 kg di questi fagioli su di un furgone e portarli da Arezzo a Milano per venderli.... ma vicino a Milano i fagioli non crescono? E' il paradosso dell'acqua: a Mossa ho trovato l'acqua dell Fonte Azzurrina prodotta nel Parco delle Alpi Apuane, mentre qua ci beviamo la Levissima che viene dalla Valtellina! (lasciamo perdere al momento il discorso sulle acque minerali, vedi RAI3, Report: L'Acqua alla Gola e L'Acqua Minerale in Italia).

    Conclusione: il punto non è se continuiamo a comprare il Kimbo o il caffè Giurlani, le motivazioni stanno nella storia personale e in quello che crediamo, ma nelle mille altre scelte economiche e politiche, nella perversione del sistema economico che osservando il solo indicatore 'denaro' trascura effetti collaterali immensi (nel caso dell'acqua inquinamento da trasporto,  bottiglie da riciclare ecc. ecc.). se accanto al prezzo al Kg, mettessimo i Kw necessari, avremmo un'altra unità di misura che va oltre l'ideologia a volte dannosa di un ecologismo cieco.



  • Da Hegel all'apocalisse passando per wikipedia: le magie dell'ipertesto
    Da molto tempo mi ripropongo di capire Hegel. E' strano che un laureato in Filosofia possa non conoscere ,almeno a grandi linee, il pensiero di Hegel. Ma quando stavo preparando l'esame di filosofia contemporanea (che comunque tanto contemporanea non era, ma affrontava le problematiche di fondazione partendo da Descartes sino a Husserl) Hegel proporio non lo capivo.  Bé diciamolo chiaro, nel 1995 quando a  29 anni inizai a studiare Filosofia indirizzo Etnoantropologico, la filosofia era una pratica da autodidatta: tante riflessioni da bar e un gran casino nella testa.  La filosofia come scienza del porre domande e cercare risposte mi era completamente sconosciuta, come sconosciuto era il su linguaggio, così simile a quello quotidiano ma così differente nei significati. Ho passato il primo anno con la Gazantina di Filosofia a destra e il vocabolario a sinistra.  Nel mezzo questi testi da decifrare a parola per parola come fossero antichi codici di linguaggio sconosciuto e, come Indiana Jones, sempre in pericolo di cadere in una trappola del: 'ma io pensavo che volesse dire'...  

    Ritorniamo a Hegel:  alla fine in una discussione qualche giorno fa viene fuori Hegel e quindi decido che forse è l'ora di capire cosa abbia da dire. Credo che comprendere un filosofo sia legato agli stadi di trasformazione dell'individuo.  Quando qualcosa non entra significa che ancora la struttura emotivo.mentale non è pronta. Non vorrei entrare nella discussione degli stati evolutivi e quindi se uno comprende Kant ma non Husserl allora è a uno stadio inferiore: non preoccupiamoci della scal, e vediamo le varie riflessioni come una cassetta degli attrezzi a cui attingere per affrontare la propria.  

    Parto da Filosofi e Filosofie nella Storia , Vol. 3, Abbagnano Fornero, il classico testo liceale di filosofia dei "miei  tempi". Intuisco alcune cose, e paso a Wikipedia, Pensiero di Hegel giusto per dare un'occhiata.  Mi colpisce il grafico (mi piacciono gli schemi a blocchi, dopo tutto sino a 256anni! di professione ho fatto il tecnico elettronico) e mi piace l'ipertesto (suona un po antiquato vero? ma quando sono nato io non esisteva internet e quando discutevamo dell'ipertesto eravamo ai primordi della diffusione di massa)  dove clicco sulla parola e si apre un nuovo universo, come quello che ricostruivo faticosamente nel 1995 tra testo, garzantina e vocabolario. Religione Rivelata,e parte il trip !
    "Quanto al modo, tradizionalmente la rivelazione può essere fatta da Dio usando qualsiasi mezzo o modo, tra cui:
    viaggio in cielo o negli inferi del veggente, tipico dei testi chiamati "apocalisse" (traslitterazione del termine greco indicante appunto rivelazione,
    Alla settima riga mi imbatto in apocalisse, ma cosa vuol dire? Nella testa associo il suono apocalisse a fine del mondo. In termini più precisi nella mia rete semantica, il termine apocalisse attiva reti di significati legati a scenari appunto 'apocalittici': scheletri a cavallo, lava, asteroidi enormi, malattie ecc. ecc. Fantascienza classica, La strada di Mc Carthy... ma con mia grande sorpresa apocalisse significa 
    "un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione. "
    La parola apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokalypsis), composto di apó ("separazione", usato come prefissoide anche in apostrofo, apogeo, apostasia) e kalýptein ("nascosto", come in Calipso)
    Mizzega.... si, se ci penso un attimo arrivo a comprendere che la 'fine del mondo' possa essere una 'apocalisse', ma quando penso a 'togliere il velo', 'scoperta' e 'rivelazione' prima di arrivare a un pensiero negativo tipo 'morte' devo fare un bel po di strada.  Le prime immagini che mi vengono se penso alle tre parole sopra, sono entusiasmo, eccitazione, meraviglia, stupore... poi si può passare dai significati sessuali... e pooooi alla fine, dopo una montagna di piacere... si, è vero,  'togliere il velo' può essere anche la fine, distruzione del presente, della propria realtà, dolore e distruzione, e si, anche la morte ma quella dei tarocchi. 

    Ma dove siamo? CI siamo persi? No, è un percorso di concetti che associati e messi in fila diventano un pensiero, come le perline di una collana, che sparsi sul tavolo sono un insieme informe, ma quando prendiamo l'ago della scrittura, le infiliamo nella sequenza e creiamo una collana. Se non ci piace possiamo sempre infilarla in un altro modo.

    Ed Hegel? Dove si è perso? Mi sono fatto un bel giro trasversale. Non so se riuscirò a capire Hegel, ma ho capito che l'apocalisse, per il significato originale in greco e per me non vuol dire qualcosa di negativo, ma un figata, na botta de adrenalina che ti squassa, l'andare oltre, il comprendere.
    e forse è questa la fine del mondo che ci aspetta: smettere di farsi fregare da qualcuno che ha tutto l'interesse di seminare paura e finalmente attraversare la strada (guardando prima a destra e poi a sinistra sinistra - alla rovescia se siete in Inghilterra o in altro paese dove si guida a sinistra) e andare a vedere che cavolo c'è nel campo di fronte a casa! 

    E Hegel? Cavolo il pensiero catena è questo, parti per la tangente e ti trovi in un altro posto.


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